Il sabato pomeriggio nella sartoria di Andrea: un piccolo mondo antico di canzoni, sorrisi e felicità semplici

Da 50 anni, al Capo, in via dei beati Paoli, ogni sabato pomeriggio, nella bottega del signor Andrea, di professione sarto, si ripete una magia: di musica, canzoni, sorrisi, umanità. Un gruppo di amici si ritrova a suonare e cantare la musica di un tempo che fu, intrisa di parole d’amore, di passione e sentimento, prevalentemente in una lingua molto amata da noi palermitani, il napoletano, con qualche licenza al siciliano di Rosa Balistreri e alla canzone della tradizione popolare regionale.

Quanti sono gli strumenti e i musicisti? Dipende da chi arriva alla porta della sartoria! Non mancano chitarre e amplificazione, ma può arrivare anche una fisarmonica e ci sono i tamburelli, che passano di mano in mano, a dettare ritmo e allegria, di un’atmosfera già vivace e piena di colore. Poi c’è la voce, anzi le voci, per lo più maschili, con baffi, e dopobarba al profumo di zagara. E il pubblico naturalmente, che però, nella bottega di Andrea è un pubblico partecipante e “musicante”.

L’uscio si affaccia su via dei Beati Paoli, nella parte che unisce la Piazza a via sant’Agata alla Guilla, sino ad arrivare a Piazza Sett’Angeli e al retro geometrico e maestoso della Cattedrale.

Ed è un via vai continuo di passanti: turisti, palermitani, amici, habitués, persone che passano per caso e che per forza di cose si fermano, rapiti dal suono allegro e gioioso che esce dalla bottega. Ci si assembra all’ingresso, in cerca di uno spiraglio, per captare volti, voci, scattare una foto che immortali un pezzo di vita autentica e inaspettata da portare con sé. Per ricordare, forse, quando si è giù di morale, quanto poco basti per essere felici.

E tu che arrivi dal mondo esterno che fai? Che tu sia un viandante passeggero o uno sperimentato e affezionato visitatore, ti fai spazio, entri, trovi un posto in cui stare, nel piccolo spazio pieno di strumenti di lavoro, strumenti per far musica, ninnoli e suppellettili. Ti siedi, se sei fortunato su un vecchio divano di pelle nera, o su una sedia di paglia sgangherata e poi canti.

E l’unica riconoscenza accettata dai musicanti, a questa tua visita, è un tuo sorriso, la voglia di cantare, di partecipare alla performance canora e musicale impugnando uno strumento rimasto senza musico.

Se entri in questo piccolo mondo antico di canzoni, sorrisi e felicità semplici, non puoi che condividere la gioia di trascorre un pomeriggio di canzoni spensierate, tutti insieme e tutti stretti da un unico abbraccio accogliente.

L’ho scoperto anche io, insieme ad altri estasiati avventori più o meno casuali, solo questo sabato.

Solo qualche ora prima avevo finito di leggere “Storie e cronache della città sotterranea” di Salvo Licata, e capitare nella sartoria di Andrea mi è sembrata la giusta prosecuzione alla conclusione del libro ma, come è evidente, alla continuazione di storie nascoste di cui ancora la nostra Palermo è piena.

Questa qui è davvero una storia di amicizia e di passioni in musica dalla durata straordinaria. Andrea suona il mandolino, anche se una tendinite per adesso lo tiene lontano dal suo strumento. Già molti lo hanno ritratto in foto, nella sua bottega artigiana, intento a suonare tra le stoffe e le riproduzioni in stampa di opere pittoriche rinascimentali. Gli hanno anche dedicato degli articoli, nel passato e in un tempo più recente.

Le pareti della piccola stanza, in cui si concentra il suo mondo professionale e artistico, sono tutte tappezzate di vecchi articoli di giornale, rotocalchi degli anni ‘60 e ‘70. Ce n’è persino uno che lo ritrae insieme alla sua band, ad una vecchia trasmissione locale, che andava in giro per l’isola: il Pomofiore, una specie di Cantagiro-Corrida in veste locale, in cui si esibivano artisti e per lo più dilettanti allo sbaraglio, dalle molteplici abilità artistiche.

Nel corso del tempo, fermo restando il nucleo storico della band, i musicisti si sono avvicendati. Alcuni arrivano e poi ripartono, altri ne arriveranno. La porta è sempre aperta a tutti e a tutte.

Eravamo in molte, sabato, ad ascoltare, cantare, suonare, ridere. Per cantare le canzoni d’amore napoletane bisogna guardarsi negli occhi e gli uomini devono trovare nella controparte femminile, un punto di approdo e un volto a cui tendere una mano e una voce, appassionata e piena di cure rispettose. Così, prima ci sono state dedicate delle canzoni allegre e romantiche.

Anche io, poi, ne ho cantate tre. E mentre cantavo ero felice e mi sentivo a casa, coccolata e sostenuta da questi nuovi amici di cui non mi importava l’età, la professione, la provenienza, il genere, la storia passata. Ho anche accompagnato il suono delle tre chitarre e dell’accordeon, con un tamburello. Ne avevo uno piccolo da bambina e con quello, più grande e pesante, mi sono ricordata della spontaneità del ritmo e della musica e di come sia facile seguirla se ci si lascia amare.

“Le persone che amano la musica e il canto, sono quelle che sentono le cose nel cuore”. Mi ha detto così uno dei cantanti della jam session finale da Andrea, facendo un gesto che insieme al cuore prendeva tutto il torace e anche la pancia. In fondo è così che si sentono le cose: le emozioni le senti nella pancia prima ancora che nel resto del corpo. Poi salgono su su, e ti attraversano il respiro. E in questo caso, si sono trasformate in canto e in sorrisi.

E io così me ne sono andata da quella bottega. Sapendo già che ci tornerò altre volte, in un piccolo mondo di certezze e di stupore, dove ritroverò amici vecchi e nuovi. E dove avrò sempre una canzone nuova da imparare, in una lingua dolce e comune a tutti, che è quella dell’empatia e dell’amore per le cose semplici che ci fanno sorridere a bocca aperta.

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Eliana Messineo

 

foto e video: Roberta Calderone

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