Prima gli Italiani

A Palermo si spara di nuovo. Un ragazzo di trent’anni, Andrea Cusimano, è stato ucciso stamattina a Porta Carini, nel mercato del Capo, un luogo frequentato dal quale passiamo spesso quasi tutti. Se vogliamo raccontare Palermo al contrario non possiamo non raccontare anche le cose che a Palermo sembrano non voler cambiare, a cominciare dalla violenza mafiosa che ha già fatto una vittima a maggio.

Non si sa ancora se l’omicidio sia legato a questioni mafiose, certo è che si è ricominciato a sparare alla luce del sole con un’arroganza che speravamo relegata ad altri periodi della nostra storia.

Siamo nati e cresciuti in anni in cui la città contava un morto al giorno in quella che passerà alla storia come seconda guerra di mafia e, come tutti, ci auguriamo che questi delitti non siano il preludio di un’altra stagione come quella.

A turbarci è soprattutto il fatto che oggi, come allora, sembra essersi affievolita l’attenzione su Cosa Nostra e sulle mafie in generale. Sui quotidiani on-line di oggi campeggia l’uragano Harvey e le notizie sulla presunta emergenza immigrazione. La notizia dell’agguato rimane relegata alle pagine locali dove pure le capriole della politica di ogni colore per trovare un candidato decente alla carica di Presidente della Regione (senza grandi risultati, a quanto pare) la fanno da padrone.

Quello che più ci preoccupa però è la disattenzione dimostrata da parte di chi, per lavoro, dovrebbe evitare che questi fatti accadano. E le due cose sembrano andare di pari passo visto che il Ministro dell’Interno, nella sua conferenza stampa di Ferragosto, in gran parte dedicata alla questione delle migrazioni, ha dichiarato di prestare grande attenzione al “sentimento” di sicurezza “dell’opinione pubblica”.

Ecco, noi siamo preoccupati, perché abbiamo il sospetto che per inseguire questo “sentimento”, magari dettato da una minoranza rumorosa che sbraita sui social, si sia sottovalutato l’impatto che le organizzazioni criminali ancora hanno sul meridione d’Italia e sul Paese intero.

Non vorremmo che per assecondare il “sentimento” si siano distratte risorse, che sappiamo essere poche, alle procure siciliane per la lotta alla mafia usandole per infiltrare e intercettare le Organizzazioni Non Governative anziché quelle che sono, da un paio di secoli, Organizzazioni Anti Governative.

Attenzione, in nostro non è “benaltrismo”, vorremmo solo capire se questo sforzo ha comportato ulteriori investimenti o è stato compiuto utilizzando uomini e mezzi prima impegnati in altre funzioni, se a Foggia, per fare un esempio, esistano abbastanza risorse per assicurare alla giustizia i responsabili dell’agguato di San Marco in Lamis che ha coinvolto anche due fratelli colpevoli solo di aver assistito all’omicidio.

Vorremmo che proprio in nome del “prima gli Italiani” il nostro Ministro dell’Interno passasse più tempo con i sindaci calabresi, pugliesi, campani, siciliani e meno con quelli libici.

La colpa forse, però, è pure un po’ nostra. In un mondo che pensa solo a quello dovremmo farlo salire un po’, questo “sentiment”, spiegare che la nostra “percezione della paura”, il nostro “sentimento di sicurezza”, non è legato al numero dei senza casa che dormono sotto i portici di via Ruggero Settimo o a quello delle bancarelle abusive in via Maqueda ma alla sopravvivenza di un cancro ben radicato nella nostra città, e nella nostra società, quello mafioso.

Dovremmo avere il coraggio di smettere di inveire contro i poveri, i migranti, gli ultimi e (ri)cominciare a farlo contro i mafiosi. Cominciando da qui: l’immigrazione non è un’emergenza e la mafia rimane la solita montagna di merda.

Fabrizio Pedone

credits foto

 

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