A domanda risponde

Le sedie di Palermo al contrario. Sabato 8 aprile abbiamo invitato, a Palazzo Sant’Elia, 10 palermitani a sedersi con noi e a raccontarci una storia di cambiamento. Trasformandosi in dei veri e propri libri umani. Raffaella Saba era uno dei nostri libri viventi. Buona lettura

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Sono e mi chiamo Giancarlo Lo Curzio.

Ho 66 anni, e – come lascia intuire il mio cognome poco “nordico” – sono nato in una città della Sicilia nordorientale dove l’aria e l’acqua sono sempre in movimento, Messina.

Siciliano di nascita, non lo sono di lingua né di cultura, e il mio periodo di formazione umana più intensa, fra il 1969 ed 1977, ha avuto luogo a Roma: forse per questo la curiosità di conoscere la terra straniera in cui sono nato è diventata pressante ed incessante, e si è accentuata con il mio arrivo in quella che per chi è nato nella costa est è a tutti gli effetti l’«altra faccia della Sicilia», a Palermo, nel 1979.

Arrivai da queste parti, ancora laureando in architettura, in veste di formatore sindacale della Filca-Cisl, il sindacato degli edili: a quel tempo molti fra gli esuli del movimento studentesco, che non si erano riconosciuti nel “sangue che chiama sangue” della deriva movimentista, tentavano la strada del cambiamento attraverso le istituzioni, ed il sindacato, per quanto citato nella costituzione ma mai formalmente regolamentato, per ragioni di supplenza era diventato un’istituzione di peso, insieme motore di conflitti ed alfiere della mediazione sociale.

Ma il sindacato era – come diceva Paolo Sylos Labini – come un dinosauro: un enorme corpo ed una enorme forza guidati da un cervello decisamente minuscolo: perché non accettare la sfida di tentare di espanderne la materia grigia?

La vita è fatta d’incontri che ti cambiano la vita, o quanto meno te la fanno vedere sotto un altro punto di vista: io, dopo un periodo di acquisizione di strumenti operativi sotto la guida di un ascetico e carismatico “guru” della formazione, Bruno Manghi, ricevetti la proposta di essere inviato a Palermo, città per me ignota e luogo di prossimità delle trame dei romanzi di Sciascia.

La mia esperienza a Palermo fu la scoperta della presenza di più mondi in coabitazione e di un ribollire di iniziative non censite dalla stampa nazionale, spesso con picchi verso l’alto e verso il basso.

L’impatto anche sensoriale del mio arrivo in città fu drastico: appena arrivato alla stazione Centrale feci capolino sulla piazza antistante e venni travolto da una sonorissima confusione di macchine e di clacson. “Scusi, ma cosa è successo?” chiesi al primo passante. “Ma chissenti riri? [Che intende dire?]” “Cosa è successo? Una manifestazione, un incidente, perché tutto questo suono di clacson?”Nca signollei, maccà eni sempri accussì [Ma, signor mio, qui è sempre così]”. Capii che il rumore di fondo del “ciàffico” mi avrebbe accompagnato incessante, così come l’allora onnipresente ed oggi raro rumore di fondo, l’ “Iiiiiiih” continuo delle pompe per l’acqua negli edifici. Così come dovetti acquietare il mio istintivo senso di allarme nei bar, dove improvvisamente sembravano scoppiare urlanti e litigiose risse alla cassa: capii col tempo che non si trattava di qualche cliente che – dopo aver consumato – non voleva pagare il dovuto, bensì di aggressive ed enfatiche contese su più candidati al pagamento del conto di terzi amici, e che l’esagerato volume della discussione – accompagnato da una scomposta mimica indirizzata al cassiere del quale si intendeva acquisire la complicità – non stava a sottolineare il disprezzo verso il contendente, ma anzi l’incontestabile ed indiscutibile amicalità nei suoi confronti.

Altra cosa inizialmente per me incomprensibile fu l’accorgermi – da figlio della costituzione repubblicana intrisa di valori della Resistenza che nelle sue norme di attuazione sancì l’abolizione dei titoli nobiliari e trasformò in parti del cognome i cosiddetti “predicati”, ossia l’indicazione geografica della giurisdizione – che a Palermo si viveva ancora nel regno sabaudo e che gli umili, anziché fare il gesto dell’ombrello agli ex patrizi ormai spiantati e ridicolmente sussiegosi, li blandivano in maniera servile: “Signor Barone, ma prego…”, “Signor Marchese, addisposizzione…”

Colore locale (ed invarianze secolari) a parte, capii che la mia presenza a Palermo avrebbe avuto un senso solo se si fosse collegata alla conoscenza ed ai tentativi di quella parte della sua realtà sociale che non faceva parte dell’universo mafioso pur subendone il signoraggio e che non si beava della nostalgia dell’ancien régime di gattopardesca memoria. I giornali ed i servizi televisivi non ne parlavano

Capii che per me era stata una opportunità arrivare a Palermo mentre si giocava una partita politica dura sia a livello locale (il Comune era in mano al peggio della Democrazia cristiana locale) sia a livello regionale, e che il presidente della regione dal cognome in odore di mafia era in realtà un coraggioso, positivo ed energico ciclone politico lucidissimo quanto a strategie, obiettivi e strumenti da adottare, attorniato da una squadra di competenti e motivati, da Salvatore Butera a Franco Teresi sino ad un giovane brillante avvocato magro, col ciuffo e dal doppio cognome successivamente rinnegato.

Per mesi passai il mio tempo apparentemente libero a conoscere a fondo tutta Palermo ed i suo dintorni. Non avevo patente, e mi feci inviare da Messina il mio fidato ciclomotore “Morini 50 cc Corsarino”. Bandita, Chiavelli, Brancaccio, Corso dei Mille, Cep, Borgo Nuovo, Bonagia, Zen, Altarello, Fondo Patti ecc.. diventarono nomi a me familiari, per quanto ignoti a molti nativi.

Per lavoro organizzavo corsi di formazione volti a trasformare delegati ed operatori sindacali in conoscitori della realtà ed agenti di cambiamento, da libero cittadino cercai di partecipare ai processi di cambiamento di questa città, senza ambizioni da leader ma desiderando il ruolo di formica che facilita un processo collettivo.

In tanti luoghi della Palermo che resisteva non erano le istituzioni ad essere presenti, ma dei preti. Magari con esperienze pregresse da prete operaio, come il Padre Damiani del Capo, o da ingegnere, come il Padre La Rosa della Vucciria. E nel loro essere portatori di un messaggio evangelico ad una città prostrata e sfiduciata paradossalmente inducevano qualcosa di più sottile: il diritto alla consapevolezza, il diritto alla cittadinanza. La stampa, sempre in cerca della notizia, sempre in cerca di eroi positivi o negativi, di tanto in tanto ne sottolineava gli episodi di scalpore, cercando di etichettarli (il prete coraggioso, il parroco antimafia, ecc…) ma il vero loro lavoro era silenzioso e coerente, anche quando sembrava assumere momenti di visibilità, come nel caso del vulcanico ed incategorializzabile salesiano Rocco Rindone, parroco di Santa Chiara figura che meriterebbe molto di più del nome di una strada di periferia e di una lapide.

Una figura che ricordo con piacere, insieme al tonante sindacalista degli scalpellini Melchiorre Garofalo, scalpellino e marmista da cinque generazioni e con la famiglia sindacalizzata quando a contrastare i Fasci Siciliani c’erano i fucili dell’esercito regio, ultraottantenne con l’energia di un ragazzino: per cinque volte il sindacato lo mise da parte per raggiunti limiti di età e per cinque volte se lo riprese in carico, pressato insieme dai lavoratori che non si sentivano rappresentati da altri e dalle lamentazioni delle figlie (“papà muore di crepacuore se non sta in attività”).

Conobbi allora una Palermo che cominciò a diventare laboratorio di esperienze fuori dai canoni istituzionali della politica evidenziando tentativi di partecipazione sociale: ancora alcuni, incuranti dell’età ed in qual caso degli acciacchi, continuano un impegno personale come Nino Rocca o Umberto Santino.

La Palermo vivace ed insieme oscura per i mezzi di comunicazione di massa ebbe il suo momento di trauma duro con l’assassinio del Presidente della Regione Piersanti Mattarella. Con lui crollò un progetto, si sbriciolò il sogno di una Sicilia non assistenziale, i poteri forti ripresero pienamente il loro ruolo. Le razionali strutture di analisi e programmazione della Regione vennero sciolte, i funzionari rispediti agli assessorati di provenienza, la spesa tornò ad essere un oscuro maneggio nelle mani di chi detiene il potere.

Il sindacato, che era stato parte attiva del progetto di Mattarella, tornò ad occuparsi del piccolo cabotaggio e delle questioni rivendicative spicciole: il progetto di creare e formare una nuova dirigenza in grado di reggere sfide importanti – questa la vera ragione del mio invio a Palermo – si dissolse in una routine ordinaria.

Fu così che nel 1986 accettai di dirigere la scuola professionale edile di Palermo “PANORMEDL”, organismo bilaterale autofinanziato dal contratto degli edili formato sulla carta da qualche anno ma ancora non attivo: quando arrivai c’erano solo stanze vuote con qualche mobile protetto da teli di plastica.

Mi diedi subito da fare cercando di capire le esigenze di formazione, facendomi stampare in forma statistica e non contabile (mi odiarono, nessuno l’aveva fatto prima) i dati della Cassa Edile che tiene conto di tutti i lavoratori del settore. Capii che il vero problema del settore era la bassissima qualificazione dei giovani e – confortato dall’assenso dl Consiglio d’Amministrazione – puntai a realizzare alcuni corsi di mantenimento delle professionalità tradizionali (carpentiere, muratore) affiancando due filoni volti al futuro: da un lato il recupero delle antiche sapienze di mestiere tipiche di Palermo (scalpellini, stuccatori, decoratori ecc…) impiegabili nel recupero dei centri storici, e dall’altro formando una nuova leva di tecnici (geometri, ingegneri, architetti) alla gestione innovativa del cantiere (dalla contabilità dei lavori col PC alle tecniche di programmazione dei lavori all’utilizzo sia dei nuovi materiali che all’analisi organizzativa ed alla gestione dei cantieri di restauro).

Compresi che una mera visione tecnica delle attività di formazione dei giovani operai disoccupati sarebbe stata inefficace, in quanto la quasi totalità dei formandi veniva da quartieri ghetto. Si trattava quindi di affiancarsi alle istituzioni aventi rapporti col territorio, dato che sarebbe stato stupido non tenere conto dell’influsso che sui giovani che si volevano professionalizzare incidevano problemi di dispersione scolastica, di devianza, di povertà verticale. E quindi presi contatto sia con la rete di volontari presente sul territorio sia con gli uffici di servizio social del Ministero della Giustizia (USSM, per i minori; e UEPE, per gli adulti), sia con i presidi delle scuole più esposte e con maggiore dispersione.

Data la bassa scolarità di chi si voleva formare, il modello didattico messo a punto fu: 2/3 di attività pratica, 1/3 di attività teorica (in gran parte recupero delle nozioni possedute solo sulla carta a causa dell’idiota “buonismo” di molte scuole medie). Questa esperienza richiese il prendere contatto con maestri d’arte ormai in età avanzatissima (ho avuto fra i formatori uno scalpellino ottantasettenne in grado fare schizzi tridimensionali in pietra [fiori, volti, ecc…] con pochi colpi ben assestati di scalpello), persone con storie professionali incantevoli, spesso veri e propri gentiluomini nel porgere, tanto più umili e dimessi quanto più competenti, ricchi di esperienza e soprattutto di carisma (persone in grado in qualche caso di saper guidare una squadra con un sorriso ed uno sguardo).

Queste persone mi hanno instillato un sapere introvabile nei testi universitari, filtrato da decenni di pratica professionale, e sono particolarmente riconoscente nei loro confronti.

Si era instaurato un bel rapporto, perché questi raffinatissimi artigiani erano stati messi da parte dai palazzinari, dagli imprenditori a cottimo, dai premiatori della quantità piuttosto che della qualità, dai mafiosi del “Sacco di Palermo”, da quelli che dicevano loro “Ma llei un mi serbi, llei mi custa assai, c’è cu mu fa u stissu travagghiu pi mmettà”.

Aprimmo un cantiere scuola attrezzato a Carini, poi al CEP ed infine un cantiere sperimentale nel quartiere Partanna, grande un ettaro, dove era possibile simulare ogni tipo di lavorazione (montaggio di e guida di gru, costruzione sperimentale di casette, stesura di pavimentazioni con ogni tipo di materiale) per tutti i tipi di figure professionale presenti nell’impresa edile, dall’operaio all’impresa edile. Il coronamento di tale attività fu l’inserimento in progetti internazionali sostenuti dalla UE, la progettazione e la costruzione di una piazza a Berlino, la realizzazione in stage di vicoli e manufatti in edifici del centro storico di Palermo.

Tutti i sogni svaniscono all’alba: la crisi dell’edilizia (meno finanziamenti), la scarsa motivazione di nuovi amministratori rispetto agli obiettivi ambiziosi, il pressare delle esigenze di formazione sugli adempimenti di sicurezza delle imprese ha fatto sì che quando sono andato in pensione si sono raggiunti sì i 2.500 operai e tecnici formati in un anno, ma le attività erano essenzialmente relative ad adempimenti di sicurezza con una trascurabile parte di attività professionalizzanti.

In questo momento, non trovando in zona giardinetti per pensionati in cui fra l’altro mai darei da mangiare ai colombi, ritengo che le prospettive dei giovani si giochino sulle chances – non sulle ciance! – di autoimprenditorialità, cerco di persuadere quanti hanno energie e creatività a spendersi su questo fronte, e fornisco assistenza tecnica gratuita ad un paio di onlus.

Sul piano personale, dopo una vita spesa ad utilizzare la voce per approfondire, analizzare, organizzare, cazziare e premiare, a tempo perso la utilizzo in altra maniera, cantando in un paio di cori.

Giancarlo Lo Curzio

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