Nasci in un’isola e finisci in un’altra

Le sedie di Palermo al contrario. Sabato 8 aprile abbiamo invitato, a Palazzo Sant’Elia, 10 palermitani a sedersi con noi e a raccontarci una storia di cambiamento. Trasformandosi in dei veri e propri libri umani. Raffaella Saba era uno dei nostri libri viventi. Buona lettura!

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Ciao piacere, accomodati. Mi chiamo Raffaella, sono sarda e abito a Palermo dal 2003. Ho un marito e un figlio e un’attività di ricezione turistica in città.

Oggi voglio raccontarti di quella volta che mi dissero che ero morta da più di dieci anni mentre mi sentivo più viva che mai.

Era il 2005. Mi ero trasferita da poco meno di due anni in città. A dire la verità, un po’ morivo lentamente: Palermo mi accoglieva bene ma avevo amici e parenti in Sardegna e non è stato facile ricominciare in questa mia immigrazione al contrario da Sud a profondo Sud. Chi mi conosceva continuava a ripetermi che avevo sbagliato direzione, che dopo la laurea si immigrava al Nord, che tanto tempo sei mesi, sarei tornata all’ovile. Insomma, avevo chi remava contro. Quello che gli altri non potevano sapere era che remavo contro più forte di loro!

E così, morivo sì lentamente ma per rinascere più forte, pronta a ricominciare da siciliana, anzi da palermitana. Si, perché come tale mi sentivo e mi sento.

Ogni giorno una nuova scoperta. E il senso di meraviglia Palermo continua ancora a regalarmelo. E come lei lo regala a me io lo regalo a chi ospito, anche solo per una notte, nel mio b&b. Come dei vasi comunicanti di splendore. Perché le persone/turisti devono andar via da Palermo con quel “mal di Sicilia” che prende a chi ha l’Isola sotto pelle. Come me, portatrice sana di insularità.

Ritorno al mio racconto. Erano quelli i miei primi anni da palermitana. Si doveva votare per le amministrative, ma a me il tesserino elettorale non era ancora arrivato.

“Arriverà”, mi dicevano. “Non ti preoccupare, qui le cose vanno così: con calma”.

Ma io volevo votare, non potevo aspettare.

“Sono cittadina e voglio far sentire la mia voce”. Dovevo sapere che fine avessi fatto per lo stato italiano!

“Coosa, dda? Ma sii pazza vieru. Troppo lontano”.

“Ma se sono si e no venti minuti a piedi”.

“A piedi? Assai, assai. Troppo lontano assai è. Aspetta che arrivi”.

Ma figurati se un siciliano ci può con una sarda: fino agli uffici di piazza Giulio Cesare, a piedi, addentro nei meandri dell’anagrafe, sali e scendi a piedi per lo stato civile, attese e richieste fino a quando ci fanno accomodare in un ufficio sgarrupato.

Davanti al funzionario, documento alla mano, attendo il responso come se da l’oracolo dipendesse la mia vita.

“Raffaella con due effe e due elle?”, dice biascicando l’impiegato come se facesse una fatica enorme a elaborare il concetto.

“Sì, certo. Come riporta il documento”. Mi contraggo tutta, piccata: non lo leggeva il mio nome?

“Uhm…”, risponde il tipo osservando lo schermo come una stria osserverebbe i fondi del caffè.

“C’è qualcosa che non va? I vigili sono venuti a verificare la residenza, eh. Quasi un anno fa” , aggiunsi con ansia crescente.

“Mah, guardi. Qui di Raffaella Saba ne risulta una, ma è morta più di dieci anni fa. Non è lei, no?”

Facciamo un salto nel tempo.

Lo stesso tempo che accomuna Sardegna e Sicilia: quello dei pranzi luculliani della domenica. Le sontuose portate con parentela fino alla settima generazione: tutti attorno a un tavolo con le grida gioiose dei bambini, gli uomini intenti davanti alla griglia, le donne indaffarate tra antipasti che sono primi che trasformano secondi e inventano contorni. Il rituale si ripeteva ogni domenica, soprattutto per le feste.

A sovrintendere all’organizzazione non mancavano mai le nonne, materna e paterna. Una di fronte o accanto all’altra. Fosse inverno o estate, quei pranzi erano senza tempo… anche se finivano sempre più o meno così: donne a ciuciuliare mentre lavavano e asciugavano i piatti, uomini ronfanti svaccati nelle poltrone, bimbi in overdose glicemica e nonne, le uniche sveglie a discapito dell’età, a discorrere sui massimi sistemi. Sì, su quelli che finivano per essere meglio di quando si stava peggio, di leggende e brebus, magiche parole guaritrici, di medicine antiche più efficaci delle moderne, del sapore del pane fatto in casa, di curtigghi vari del paese e pure di quelli accanto.

In una di quelle domeniche da sartine, una storia mi entrò dentro.

Nei loro discorsi estemporanei le nonne gridarono allo scandalo. Uno scandalo dei primi del Novecento.

Cussa macca s’ind’è fuia con unu… unu… unu sicilianu. Cos’e maccusu”.

Già, roba da pazzi vero. Perché allora scappare con un siciliano era da folli. E bisognava essere folli per attraversare il mare, soprattutto per le donne della mia famiglia che non sapevano nuotare e il mare l’avevano visto si e no… mai!

Ah già, ma chi era la pazza?

Licca Saba, scedada, ‘ndadi passau”, Licca è il diminutivo di Raffaella, Raffaellicca, che ne aveva passate tante, troppe. E tra le due guerre mondiali, Raffaellicca combatteva la sua marginale guerra personale, trasferendosi in Sicilia al seguito del suo amato, chissà in quale paese poi.

Quando incontrai mio marito, un siciliano, le mie nonne non c’erano più. Quella storia, che avrei ricalcato identica alcuni decenni dopo, rimase sepolta nei file remoti del mio cervello, fino a quando saltarono a galla, impetuosi, dalla mia memoria per lo shock di sapermi morta a Palermo agli inizi degli anni Ottanta.

Ma chi era Licca?

Era una donna che portava il mio stesso nome e cognome. Non solo: era una donna del mio stesso paese nata nel primo decennio del Novecento, trasferitasi a Cagliari dove aveva conosciuto un siciliano dal quale aveva avuto un figlio. Aveva poi attraversato il mare per andare a vivere in Sicilia. E da quel momento la memoria di chi rimane in paese è confusa. Di lei si saprà sempre poco o niente.

Forse per lo scandalo di aver avuto un figlio al di fuori del matrimonio (che poi ci fu, riparatore o meno)?

Mah, il poco che girava sulle notizie riguardanti Licca non erano di certo gradite nella sua famiglia.

Non ha avuto una vita facile, povera donna. Le tolsero il figlio. Si racconta che perse il senno, che fosse uscita fuori di testa. E che visse di stenti fino a quando si spense.

Una storia sbagliata, la sua. Una storia di periferia che però ha raggiunto il centro del mio cuore. Ci accomuna tanto: le origini sarde e l’essere qui a Palermo. Chissà cosa le piaceva di più della città: il cibo? le chiese? gli oratori?

Oltre queste coincidenze, ci unisce un debole legame di parentela. Normale, se vivi in un piccolo paese come lo è il mio, nell’entroterra sardo. Se torni indietro nel tempo, siamo tutti parenti! Comunque, era la figlia di una sorella di mia bisnonna materna.

Dopo aver casualmente scoperto che anche lei abitava a Palermo, l’ho cercata. Ho scoperto un freddo numero di salma ma ancora non sono andata a guardarla negli occhi.

E sai perché?

Perché forse un po’ pazza lo sono anche io.

Pazza nel pensare di essermi innamorata di Palermo non a caso, di essere stata guidata fin qua da una forza superiore.

Folle nel pensare che possano esserci attinenze, visto le difficoltà in cui versava la mia omonima, tra la Sabella con cui mi chiamavano all’università per l’assonanza tra il mio cognome e la mia vanità e il significato che in città si dà al termine…

Ma lucida nel credere che dopo di me possa esserci un’altra donna con il mio nome e cognome che possa innamorarsi follemente di Palermo.

Raffaella Saba

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