Tony’s dream: ricordare Tony Scott e sognare Palermo a suon di jazz

Il jazz o lo ami o lo odi. Nella prima ipotesi, accompagnerà ogni istante della tua vita e anzi sarà proprio la musica in grado di riconciliarti con essa, grazie a una varietà di note, suoni, storie musicali, incredibilmente capaci di adattarsi agli stati d’animo più diversi. Nel caso, invece, in cui si appartenga alla seconda categoria, “gli haters” li chiameremmo oggi, niente più che uno sbadiglio, che una risoluta presa di distanze, un muro respingente di freddezza emotiva, e magari un pregiudizio, quello di considerare il jazz una musica da intellettualoidi, da circoli viziosi e fumosi di élites culturali borghesi e nemiche del pop.
Per inteso, io non ho mai studiato musica, so molto poco di tecnica e anche di storia del jazz, ma se dovessi scegliere la colonna sonora della mia vita, non avrei alcun dubbio. Così come non avrei dubbi nell’indicare alcune delle ragioni sentimentali e molto poco razionali che mi spingono verso il jazz: la varietà del significato stesso di questa parola, il ritmo gioioso ma anche il malinconico trascinarsi dei suoi accordi, il mistero nei suoi strumenti, la vita che fuoriesce da ogni tasto e da ogni cavità e poi loro, le storie, le persone, scritte, suonate e cantate dai suoi protagonisti.
I musicisti affascinano sempre, soprattutto i profani come me, e i jazzisti ci riescono ancor di più, perché spesso, i miti, le leggende, quelli che si finisce con l’identificare con i loro strumenti, sono vite fuori dalla regole, incastonate, però, in rigorosissime tecniche musicali e nello studio perenne di tutta una vita. Quello che ti fa ricercare la perfezione “imperfetta” del tuo strumento, quello che cerca di lasciare un segno e che contribuisce all’evoluzione di una storia musicale che cambia sempre.
Se poi si suona uno strumento un po’ più defilato rispetto ai più conclamati protagonisti della scena, come la tromba, il pianoforte, il sax, la batteria, allora lasciare un segno diventa quasi una missione e una sfida, perché qui prima di tutto devi conquistare il tuo pubblico. E lo devi fare non solo perché con quello strumento ti guadagni da vivere ma perché proprio senza di quello tu non esisti!
Deve aver pensato questo Antonio Giuseppe Sciacca, americano del New Jersey, dalle evidenti origini siciliane, quando negli anni ’40 diventa Tony Scott e soprattutto il più grande clarinettista jazz di sempre.
La sua storia l’ha raccontata benissimo Franco Maresco, in un documentario del 2010 che si chiama “Io sono Tony Scott. Ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”. Già dal titolo si capisce che il regista non attribuisce grandi meriti al nostro paese, che accolse Tony negli ultimi 30 anni della sua vita di giramondo, nomade ed istrionico precursore di mondi musicali mai percorsi.
L’occasione per ricordarlo ancora una volta, in un lungo impegno di rivalutazione di questo musicista straordinario e dimenticato da tutti, la fornisce una ricorrenza, il decennale della sua morte, avvenuta proprio in Italia nel 2007. Il 30 e il 31 marzo l’Associazione Lumpen in collaborazione con il Comune di Palermo ha animato il Cinema De Seta, con una due giorni dal titolo “Tony’s Dream – Tributo a Tony Scott”.

La proiezione del documentario prima e una grande serata di parole e musica, di divulgazione e condivisione, poi, nel più classico degli schemi del jazz.
Con Maresco, narratore sul palco, i musicisti Gabriele Mirabassi (clarinetto), Salvatore Bonafede (pianoforte), Mauro Verrone (sax), Alessandro Presti (tromba e contrabbasso), che hanno rapito per due ore il pubblico del De Seta, raccontando la storia del jazz attraverso la vita di Tony. Lo chiamiamo così, dopo questa serata, perché abbiamo imparato ad amarlo nelle sue stranezze, nei suoi eccessi, nel suo disagio, ma anche nella sua straordinaria unicità e umanità.
Ultimamente la nostra città sembra ricordarci spesso che ci sono storie di siciliani al contrario troppo avanti rispetto al loro tempo. Quella di Tony lo è senz’altro. Anzi sembra proprio una storia caratterizzata da un continuo alternarsi tra normalità e follia, tra la ricerca di serenità e la deviazione verso l’insolito, tra l’attualità del suo tempo e una dimensione di futuro impercettibile.
Tony inizia con il sax, poi però capisce che il suo strumento non può che essere il clarinetto. Lo forza, lo violenta, lo esaspera e poi lo doma, portandolo a delle note, a delle vibrazioni, a dei suoni che prima di lui nessuno immaginava potessero esistere con quell’esile strumento.
Tony suona nell’orchestra di Duke Ellington ed è l’unico bianco ammesso alla corte di Charlie Parker. Cosa che gli provoca non pochi problemi di “mobbing” in giro con l’orchestra nei club e nei teatri degli States. Un bianco, di origini italiane, siciliane, in un’orchestra di neri. La cosa doveva risultare quanto meno strana e divertente ai tempi!
A New York, nei mitici locali della 52esima strada, Tony suona con i più grandi jazzisti del suo tempo: Erroll Garner, Buck Clayton, Billy Taylor, Trummy Young, Art Tatum, Ben Webster, Lester Young, Dizzy Gillespie, Bill Evans, Thelonious Monk, Bud Powell.
Billie Holiday, con la quale ha un’intesa speciale, resta per sempre l’unica e sola cantante in grado di domarlo e forse rimetterlo in pace con la sua musica e la sua vita. Ma dura poco, sino alla morte di lei a soli 44 anni.
Negli anni ’60 Tony è il re incontrastato del clarinetto jazz. Ma questo non gli basta. E allora riprende la via del rovescio di sé stesso. Il ribaltamento totale di una routine che non conobbe mai. Va in Giappone, poi in Indonesia e Thailandia. Diventa una specie di santone del jazz e giusto per non farsi mancar nulla inventa un genere musicale (senza saperlo!) che sarà poi noto come World Music.
Poi si trasferisce in Italia, agli inizi degli anni ’70 e da lì inizia un lento e inesorabile declino, professionale, musicale e umano. Costretto a chiedere ospitalità agli amici musicisti, o ospite di alberghi di terz’ordine, marchette musicali in club sconosciuti, fiere di paese, ospitate in tv. E un legame forte con la Sicilia che ospita le sue spoglie mortali a Salemi, suo paese d’origine, quando muore nel 2007.
“Io nasco clarinettista. Sono vestito come un clarinetto. Alcuni dei tasti che non vedete sono nelle mie orecchie, nel mio cuore”. Tony Scott era questo. Il suo strumento, la sua musica, l’attrazione fortissima per la terra e la materialità umana ma allo stesso tempo la necessità di sfuggirvi, ricercando sempre una dimensione spirituale altra.
Era anche un po’ pazzo e megalomane. Ma a detta di chi ne capisce assai di jazz, un po’ se lo poteva permettere. Perché le note che sentiamo oggi non ci sarebbero se quel pazzo non le avesse osate sul suo apparentemente tranquillo e docile strumento. E questo io l’ho capito grazie a Lumpen, a Maresco e ai bravissimi musicisti che hanno riempito il cinema De Seta delle note di Tony e dei suoi amici della 52a strada.
Serate come queste sono preziose. Ce ne vorrebbero di più. Ai Cantieri alla Zisa l’odore di zagara era fortissimo e dolce. Il clarinetto di Tony sembrava risuonare tra i padiglioni vuoti di Al Aziz, splendente e felice come non mai.

Video anteprima dell’evento:

 

Eliana Messineo

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