Sicilia Queer. “Poi dice che a Palermo non c’è niente da fare”

Sette anni fa chi avrebbe potuto prevedere che Palermo potesse diventare la sede di uno dei più importanti festival di cinema a tematica LGBTQ del mondo? Eppure è successo e noi siamo qui a raccontare questa ennesima storia della Palermo al contrario con Andrea Inzerillo, storico direttore artistico del festival.

PAC: Sicilia Queer filmfest, quest’anno siamo a sette, cosa è cambiato dalla prima volta?

Andrea Inzerillo: Probabilmente è cambiata la percezione, anche nel cinema, di alcune delle tematiche che affrontiamo, che però tendono spesso ad assumere forme consolatorie e rassicuranti che non ci interessano molto. Quel che non è cambiato è la volontà di creare uno spazio per opere di ampio respiro che sono penalizzate dalla distribuzione cinematografica perché libere, fuori dalla norma, difformi, difficilmente incasellabili. E che si possono vedere soltanto in alcuni grandi festival internazionali, quelli ai quali guardiamo direttamente.

Sicilia Queer 2017 cantieriPAC: Cosa credi sia cambiato in questa città negli ultimi sette anni? Cosa è rimasto uguale? Cosa c’è in più e cosa ancora manca?

Andrea Inzerillo: Provo a leggere la storia del Sicilia Queer come un piccolo specchio della storia della città. Dal nostro parzialissimo punto di vista il cambiamento più evidente riguarda allora i Cantieri Culturali alla Zisa e in particolare il Cinema De Seta: fino alla riapertura da parte del movimento I cantieri che vogliamo, nel 2012, Palermo aveva dimenticato di possedere uno spazio dalle potenzialità straordinarie come quello. Ci sono voluti anni di ragionamenti, tentativi, insistenze, piccoli investimenti per renderlo uno spazio nel quale finalmente, dal 2014 ad oggi, continuiamo a realizzare il festival e varie altre attività, come rivendicazione politica di uno spazio che deve essere vissuto dalla città. Ma è evidente che la storia del Cinema De Seta è tutta ancora da scrivere, solo un pazzo potrebbe accontentarsi dell’uso sporadico che se ne fa oggi. I Cantieri Culturali alla Zisa – al cui interno sono presenti l’Accademia di Belle Arti, il Centro Sperimentale di Cinematografia, l’Institut français e il Goethe-Institut, per citare soltanto quattro istituzioni che hanno direttamente a che fare con il cinema – sono con tutta evidenza il luogo dal quale dovrebbe partire un progetto di lungo respiro per il coinvolgimento del territorio (a partire dall’infanzia) attraverso il cinema, un po’ come è successo a Bologna più di 50 anni fa. In questi ultimi cinque anni non si è riusciti a farlo. Ci vorrebbe allora un po’ di volontà e un po’ più di lungimiranza.

PAC: Quante persone lavorano a vario titolo all’organizzazione del festival?

Andrea Inzerillo: Una decina di persone lavorano tutto l’anno, e durante la settimana di fine maggio siamo circa una cinquantina, con tante ragazze e ragazzi che tornano apposta dalle città in cui studiano o fanno l’erasmus per non perderselo. Ma le attività del Sicilia Queer si estendono ben oltre la settimana del festival: da due anni è nata un’appendice teatrale, il Festival Teatro Bastardo, che occupa molti di noi fino all’autunno. E poi ci sono le anteprime che conducono verso il festival, e tutto il lavoro di studio e di preparazione che non si vede ma è fondamentale.

PAC: Qual è il pubblico del festival?

Andrea Inzerillo: È un pubblico ampio, sempre più giovane, libero da pregiudizi. Ci diverte molto il fatto che alcuni non vengano al Sicilia Queer perché convinti che si tratti del festival della comunità lgbt, e che molti appartenenti alla comunità lgbt non partecipino perché lo ritengono un festival poco lgbt. Equivoci che danno la misura dello spazio realmente alternativo che stiamo costruendo, ancora una volta poco incasellabile. Se provate a guardare sul nostro canale youtube alcune delle interviste che abbiamo fatto lo scorso anno – soprattutto ai molti ospiti stranieri – vedrete come tutti insistano su quanto li colpisce vedere un luogo vivo, animato non soltanto da famiglie con bambini o da coppie omosessuali, ma da giovani, vecchi e quant’altro. Un segmento di mondo, tutt’altro che un ghetto. Il che aiuta anche a sconfiggere una certa immagine stereotipata della Sicilia e del sud Italia. Direi che il Sicilia Queer è un festival per persone curiose.

PAC: Chi vorreste raggiungere?

Andrea Inzerillo: Il cinema è un’arte popolare, parla a tutti e a ciascuno in modo diverso. È la magia della settima arte che ancora, a più di 120 anni dalla sua nascita, continua ad appassionarci. Potremmo mai mettere delle limitazioni? Devo dire però che ragioniamo molto sulle strategie di coinvolgimento di un pubblico che va tra i venti e i trent’anni, anche con politiche di prezzo ad hoc. Ci sembra che un festival come il nostro si rivolga principalmente a loro: per lo spirito di ribellione, per il taglio che gli diamo, per l’atmosfera internazionale. E i Cantieri Culturali durante il Sicilia Queer diventano il posto più bello di Palermo, anche solo per bere qualcosa in compagnia o ascoltare un po’ di musica all’aperto.

PAC: Quali sono (se un direttore artistico può rivelarlo) i film che in questi 7 anni ti hanno colpito di più?

Andrea Inzerillo: Io mi innamoro ogni anno di almeno uno dei film che proponiamo. Agli altri voglio molto bene, ma per un anno riesco a pensare quasi solo ad uno. Ne cito solo alcuni per dire che in un festival bisogna cercare e scavare, e che non necessariamente il titolo più famoso è anche quello che ci piacerà di più. I primi che mi vengono in mente sono La fille de nulle part di Jean-Claude Brisseau, Du soleil pour les gueux di Alain Guiraudie, E Agora? Lembra-me di Joaquim Pinto, John From di João Nicolau. Due film francesi e due film portoghesi, che mi sembrano in questo momento tra le cinematografie più vive e interessanti del mondo. Mi permetto però di ricordare anche come il pubblico palermitano che oggi affolla i nuovi film di Xavier Dolan ha potuto vedere tutti i suoi film qui in città anche grazie al Sicilia Queer, quando ancora il cinema di Dolan non era distribuito in Italia.

PAC: Oltre al festival vero e proprio, che si terrà dal 25 maggio all’1 giugno 2017 abbiamo visto l’associazione Sicilia Queer in tutta una serie di attività che precederanno e seguiranno la rassegna, concorsi per lungometraggi e corti, anteprime, ti va di parlarcene?

Andrea Inzerillo: Un festival è un corpo vivo, e ci sentiremmo molto limitati a proporre quella che è comunque una selezione delle centinaia e centinaia di film che vediamo per prepararlo. Per questo durante l’anno diamo appuntamento ai nostri spettatori per portare a Palermo alcuni film che non si vedrebbero in sala, o per portarli in versione originale (ancora oggi, nel 2017, sembra incredibile non poter scegliere tra versione originale sottotitolata e versione doppiata, almeno un giorno a settimana!), oppure in anteprima nazionale. Poi ci sono le attività legate alla formazione (l’ultima? un corso sul montaggio creativo realizzato con la Scuola Fuori Norma di Catania poche settimane fa a Palermo), in collaborazione con l’Università o con le scuole. Se pensi alla disavventura capitata a Massimo Milani qualche settimana fa, con la scolaresca che l’offendeva per strada, hai la misura di quanto sia ancora necessario un lavoro di educazione continuo e realmente presente sul territorio: un lavoro che non può che essere innanzitutto culturale.

I concorsi sono l’anima competitiva del festival, e per noi rappresentano un’ottima occasione anche per invitare una giuria internazionale prestigiosa e darle la possibilità di passare una settimana a Palermo, incontrare il nostro pubblico e immaginare di fare dei lavori qui (è successo più volte in passato e continua a succedere). Per il pubblico inoltre è un modo per fruire della programmazione in maniera anche più vivace: discutere del film preferito, votarlo, partecipare così al progetto facendo sentire la propria voce.

Sicilia Queer 2017PAC: Per quanto riguarda la formazione dei giovani cineasti e documentaristi abbiamo notato che all’ormai tradizionale Summer school (22-27 maggio 2017) arrivata alla sua quarta edizione si aggiunge quest’anno il workshop con la regista Claire Simon (2-9 giugno 2017). Chi è? E perché un giovane aspirante regista/documentarista dovrebbe venire a seguire le sue lezioni?

Andrea Inzerillo: Un giovane regista che volesse misurarsi col documentario o con la finzione dovrebbe sapere che lavorare una settimana a fianco di Claire Simon è un’occasione rara e davvero imperdibile (e se non sa chi è Claire Simon dovrebbe semplicemente googlarla e poi approfittare del Sicilia Queer per conoscere il suo straordinario cinema). Negli anni Novanta a Palermo si organizzavano dei workshop teorico-pratici con registi allora poco noti al grande pubblico: Raúl Ruiz, Abbas Kiarostami, Frederick Wiseman, Robert Guédiguian, e molti altri. Parliamo di giganti della storia del cinema, che solitamente gli appassionati rincorrono nei grandi festival, spasimando per riuscire a parlarci per 5 minuti. Noi portiamo Claire Simon a Palermo per 10 giorni e offriamo la possibilità a 12 fortunati di stare a stretto contatto con lei per lavorare sulla paura (!) per un’intera settimana. L’idea nasce da un incontro con il regista Stefano Savona e con il direttore dell’Institut français Eric Biagi, e si tratta dell’inizio di un ciclo cui contiamo di dare seguito nei prossimi anni: vogliamo portare il meglio del cinema internazionale a Palermo e costruire occasioni di incontro e di formazione. I posti però sono limitati, perché chi farà il workshop deve avere la possibilità di dialogare frequentemente con Claire Simon e con gli altri colleghi. Chi è Claire Simon? Faccio solo un esempio per raccontare il suo cinema: a partire dalla volontà di esplorare un luogo come la Gare du Nord di Parigi e i mondi che la popolano, la regista ha realizzato contemporaneamente un film di finzione (Gare du Nord) e un documentario (Géographie humaine). Li faremo vedere al Cinema De Seta, uno dopo l’altro, alla sua presenza. E proveremo a scoprire fino a che punto sia sottile il confine tra immaginazione e realtà quando si è disponibili a mettersi all’ascolto. Credo che Claire Simon sia la persona più adatta per spiegare a tutti che cosa significhi mettersi all’ascolto della realtà.

PAC: Fino a quando è possibile iscriversi al workshop?

Andrea Inzerillo: Le iscrizioni sono aperte fino al 15 aprile (qui ), chiediamo un curriculum e soprattutto una lettera di motivazione: trattandosi di un’occasione straordinaria abbiamo la necessità di scegliere persone davvero motivate. E stanno arrivando iscrizioni da tutta Italia e non solo, ma sei posti saranno riservati ai palermitani: io mi sbrigherei.

PAC: Di recente il designer Donato Faruolo ha vinto il primo premio del Concorso di comunicazione visiva “Sicilia Felicissima” con il progetto grafico delle ultime quattro edizioni del Sicilia Queer, quanta importanza date alla comunicazione e alla veste grafica del festival? E perché?

Andrea Inzerillo: La veste grafica del Sicilia Queer non è un accessorio, è uno strumento di reinterpretazione e di concezione dello spirito del festival. Il lavoro di Donato Faruolo è pensiero per immagini, ed è per questo che ha così tanto spazio e tanta influenza sul lavoro del festival. Ne è un esempio il catalogo: non una raccolta di schede cinematografiche, non soltanto un luogo di approfondimento, ma un piccolo libro d’arte fruibile a diversi livelli.

PAC: Il festival, la summer school, il workshop, i concorsi, le anteprime, i premi, ma non vi starete montando la testa?

Andrea Inzerillo: Poi dice che a Palermo non c’è niente da fare…

 

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