La corsa al contrario de L’Ora, e la rincorsa di Palermo, tra mare e scoglio.

Qualche sera fa ho assistito alla proiezione di un bel documentario sullo storico quotidiano L’Ora, realizzato da Antonio Bellìa, già aiuto regista di Ciprì e Maresco. “La corsa de L’Ora” racconta la storia del giornale palermitano negli anni della direzione di Vittorio Nisticò, calabrese ma palermitano d’adozione, che guidò il giornale per un ventennio, tra il 1954 e il 1975.

Sin dal suo esordio, L’Ora sembrava proprio un quotidiano al contrario: usciva nel pomeriggio, quando già tutti i principali quotidiani erano usciti; nasceva a Palermo, nel profondo sud, lontano dalle redazioni romane o più vicine al potere politico; era un giornale comunista ma aveva avuto un passato di regime, durante il fascismo; raccontava storie, e lo faceva in modo unico.

E come si fa con le storie, usava diversi registri, adatti ai temi trattati, alle notizie, ai lettori ma, soprattutto, frutto delle macchine da scrivere poliedriche e ardenti, che animavano la sua redazione. Il tutto orchestrato dal “folle” quanto audace e intuitivo Nisticò.

Una delle prime storia che raccontò L’Ora, nel ventennio citato, era quella di un doppio omicidio avvenuto a Borgo Vecchio: una prostituta lasciata in un lago di sangue insieme al suo amante maghrebino. Cronaca nera, dunque. Sicuramente uno dei topic del giornale. Ma mai relegata a cronaca da terza pagina o da trafiletto. Piuttosto, la ricerca costante di collegamenti tra i fatti, di verità, la militanza politica che non è mai asservimento al potere, ma pretesto per mettere in discussione una Palermo degli anni del boom economico e delle connivenze politico-mafiose più spietate. Un impegno civico, culturale, umano, individuale e responsabile.

Dalla redazione de L’Ora sono passati intellettuali come Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino, Renato Guttuso, Bruno Caruso, Michele Perriera, Danilo Dolci, ma anche giornalisti e uomini di cultura come Salvo Licata, Franco Nicastro, Piero Violante, Antonio Calabrò, e non ultima Letizia Battaglia, che con le sue foto ha lasciato negli occhi di tutti il senso del lavoro de L’Ora.

Il senso di un giornale d’inchiesta e il senso di un impegno antimafia puro che ha portato alla morte di tre suoi cronisti, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato.

Guardando il documentario e ripercorrendo quegli anni, ci si stupisce. Ci si stupisce di come questa città sia in grado di partorire cose straordinarie e uniche e al contempo cose terribili. E di come queste due cose non si incontrino mai a metà strada. Forse è il prezzo da pagare per avere queste straordinarietà solo nostre. E parlo di quelle incredibilmente belle e uniche come lo furono i cronisti de L’Ora e il giornale stesso.

E’ un po’ come quel dualismo, che ha nella sicilitudine il suo istmo, tra i siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Proprio Nisticò in un editoriale de L’Ora scrisse:

“A pensare a certe complessità del nostro temperamento, c’è da domandarsi talvolta se in fondo i siciliani non vadano classificati in due categorie: i siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. I primi potrebbero essere quelli che restano quasi abbarbicati ai luoghi natali e alle tradizioni, fatti dalle nostre dure esperienze di popolo scontrosi e diffidenti, e a ogni modo morbosamente gelosi di tutto ciò che è siciliano, compreso ciò che viene rimproverato. Siciliani di mare aperto potrebbero essere quelli, molto meno numerosi, che come un’inquietudine del sangue si portano dentro il senso dell’evasione e dell’avventura, e tendono e si spingono al largo, con una eccezionale capacità di adattamento ai posti più vari e più lontani della terra dove spesso finiscono col costruire il proprio destino. Ma come accade che spesso a prendere il largo sono anche i siciliani di scoglio, costretti ad emigrare per le vie del mondo in cerca di un lavoro e di un pane che qui gli sono mancati e si muovono fuori come esuli che sognano solo di tornare e morire accanto al proprio scoglio, così non si può dire che i siciliani di mare aperto siano meno siciliani degli altri o meno legati alla propria terra. Solo che essi portano la Sicilia come un pezzo di terra e di cielo che amano ripiantare altrove, in un clima diverso, lontano dalle difficoltà e dai problemi che hanno sempre reso drammatica la nostra esistenza di popolo”. (Vittorio Nisticò, L’Ora, 7 giugno 1960)

E se si trovasse, un modo, per fare incontrare questi siciliani, tra mare e scoglio?

La redazione de L’Ora, oggi, avrebbe senz’altro molte altre storie da raccontare e forse quel bianco e nero di foto tragiche e macchiate solo dal rosso del sangue potrebbero assumere tutte le sfumature di una città che non corre, ma è alla rincorsa. Di se stessa, sempre.

Eliana Messineo

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