Giochiamo a chi soffre di più?

Forse è una cosa diffusa in tutto il mondo, ma qui a Palermo mi trovo sempre più spesso in conversazioni come questa:

Piersalva: “Che giornataccia ieri”

Genoveffa: “No guarda, non sai che giornata che ho avuto io”

La gara comincia.

Piersalva: “Se vabbe’, io ho corso tutto il giorno e poi non finiva mai…”

Ma Genoveffa ha in serbo il colpo di grazia.

Genoveffa: “Sì, ma per me è stato peggio! Io ho lavorato 14 ore.”

Piersalva: “14 ore? Eh no, ma così non si può”

Genoveffa: “eh, ma se non facessi così si fermerebbe il mondo”.

Genoveffa ovviamente adesso è molto soddisfatta di sé – sebbene qualcuno potrebbe affermare che costei è una schiava coatta, succube del proprio lavoro e di sé stessa.

Prevaricazione a turno. Gara a chi soffre di più. E lo facciamo tutti.

Esprimiamo la nostra fatica e in un lampo siamo aggrediti dal brillante collega/amico/parente che ci sminuisce e comincia ad elencare quanto peggiore è la sua vita, il suo lavoro, la sua esperienza amorosa. Li guardiamo sconvolti. Ma siamo stati noi a cominciare. E rilanciamo con il carico da 90.

Forse il nostro modo di sentirci adulti è questo. D’altronde gli stipendi sono quello che sono per tutti, quindi meglio darsi un tono impegnato. Viene da chiedersi – siamo proprio tutti così carichi di lavoro? Siamo tutti davvero così competitivi? Oppure siamo tutti bloccati in varie forme di DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo)? Forse confondiamo il peso del lavoro con la nostra produttività? C’è una certa soddisfazione nel ritenere di aver messo più tempo e più energia di tutti in qualcosa. I nostri occhi mostrano uno strano senso di realizzazione, di successo. Dunque sproloquiamo e non ce ne accorgiamo. Ma non è stupido affermere con orgoglio: “ieri ho lavorato 14 ore”? Secondo me sì.

Perché lo facciamo? Vogliamo una medaglia? Un palloncino? Un orsetto di peluche? Che ci devono fare gli altri esseri umani (ma anche cani e gatti a volte) con queste informazioni che professiamo? Perché 14 ore ci sembra un numero così bello? Perché abbiamo tanta voglia di raccontare come abbiamo passato la nostra giornata di dolore e tragedia? Forse la risposta è dentro di noi. Serve tempo per ottenere buoni risultati. Come si fa altrimenti a primeggiare, ad essere più ricchi, a diventare capo? Tutti abbiamo fatto sacrifici per ottenere risultati. Anche grossi. Ma c’è una differenza importante fra fare nostro dovere e indossare la fatica con orgoglio.

Il tempo dedicato ad un progetto non deve diventare una medaglia d’onore. Il tempo sudato non ci definisce. Il nostro godimento sadico nel dedicare ore ed ore a qualcosa non significa niente.

I silenzi valgono più di fiumi di parole.

Ma ci caschiamo di nuovo, ogni volta. Perché è bello sfogarsi, condividere la propria esperienza. Forse bisogna scegliere meglio il proprio pubblico. Che so: pagare uno psichiatra. Recitare la propria pena davanti a un bar pieno di ubriachi. Urlare dentro un secchio. Voi ci riuscite?

Marco Faldetta

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