Pietro Giordano, schifezza divina

Se i “normali” ragazzini italiani nati negli anni Ottanta sono cresciuti coi cartoni giapponesi e Beverly Hills nel pantheon di noi Palermitani accanto all’Uomo Tigre e Ken il Guerriero, Holly e Brandon, Goku e Dylan c’erano tutta una serie di creature fantastiche partorite dalla mente di due autori geniali.

Sin dal 1992, infatti, le nostre menti di fanciulli hanno visto comparire nei paesaggi di una Palermo post-apocalittica i volti, i gesti e i rumori di una poco allegra brigata di personaggi a loro modo mitici. Il terribile Rocco Cane, i fratelli Abate, il Buddha Paviglianiti, con il suo inconfondibile tormentone.

Le videocassette e poi i divx delle loro gesta hanno a lungo gitrato, clandestinamente, nelle case di noi ragazzini, con le loro (poche) frasi recitate ogni volta a memoria fino a diventare modi di dire, al pari di quelle di una altro famoso ciclo cavalleresco locale, quello di Mary Per Sempre.

La differenza è che se non era semplice incontrare Pegasus e Brenda Walsh per le strade della città, più facile accadesse con questi nostri miti d’infanzia, primo fra tutti Pietro Giordano, che non disdegnava concedersi ai suoi fan, impegnati in un aperitivo ai vini d’oro o a sorseggiare una birretta da Bartolo.

Poi venne una nuova generazione, quella dei filmati da 20 secondi scambiati su WhatsApp, le pillole di Cinico Tv ridotte a briciole, i capolavori dei maestri del grottesco scomposti in battute buone per le suonerie. E Pietro Giordano usato come cavia, il suo talento svenduto e svilito per qualche migliaio di visualizzazioni su You Tube.

Per questo ormai non mi fermavo più a parlargli, per non confondermi con quei ragazzini armati di smartphone. O forse era solo la gelosia tipica dei fan della prima ora nei confronti di chi è arrivato dopo. Non l’ho nemmeno salutato due giorni fa, quando l’ho incrociato l’ultima volta, in via Dante. Sono proprio una schifezza umana.

Fabrizio Pedone

 

foto @Carlo Pollaci

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