U curtigghiu, chiddu bonu

Sparlare, chiacchierare di terzi assenti, in piazza, in cortile o davanti alle putìe seduti in strada sulle sedie di legno “uscite” da casa, o a bassa voce dietro le persiane con la vicina di casa: u curtigghiu.
Trattasi di attività rinomata e impegnativa, parte integrante della giornata di molti palermitani.

U curtigghiu dà colore agli eventi, che prendono forma e vengono certificati nella loro esistenza e consistenza, non tanto per il fatto in sé di essere accaduti… piuttosto per le modalità e i contenuti aggiunti, come valore personalizzato, da chi li porta in giro, dandogli dignità di tradizione orale, con aumentato senso tragico e/o comico, e una spiccata ed esasperata caratterizzazione dei personaggi.

ATTIPO:
“U sintisti soccu rissi Rosy a putiàra? Che ddà ran cuinnuta vitti tutti cosi e pari ca un sapi nienti. Ma a mia m’u rissi puru Taninu, e pirciò t’u ricu iu, idda fu”.
[Hai sentito cosa ha dichiarato Rosa la portinaia? Che quella grande cornuta ha visto tutto e invece finge di non sapere nulla. Ma a me ne ha dato conferma Gaetano, e dunque posso con certezza espormi e garantire per ciò che dico: che è stata proprio lei.]

Le conversazioni di cortile creano personaggi credibili sulla base di referenze affidabili e, grazie a particolari avvincenti e coloriti, riescono ad entrare nell’immaginario collettivo con una magnifica invasiva forza.
Va da sé che queste dinamiche sono perfettamente adattabili anche al mondo virtuale, fatto di chat private e di gruppo, post e commenti, parole, emoticons e omissioni.

Bene, è un fatto di cultura. Sì, sì… ma al contrario!
Ho imparato che esiste il curtigghiu benefico, “chiddu bonu”, fatto di passaparola rapidi, precisi ed efficaci su temi delicati e importanti che catturano l’attenzione e travolgono i cuori dei palermitani, “chiddi riversi”, quelli che dentro gli stereotipi stanno stretti.
Ne racconto un paio che facciamo prima.

Era un dicembre di qualche anno fa, quando i ‘soliti’ balordi mascalzoni e disperati disumani cci futtierono [rubarono] tutti i giochi e i televisori ai picciriddi dell’Ospedale dei bambini… per l’ennesima volta.
Fu in quell’occasione che è accaduto uno dei miracoli della mia Palermo al contrario.
In un paio d’ore si attivò un curtigghiu sconvolgente: gente che si passava le info di post in post, tutti che volevano fare, portare, regalare o anche solo condividere. Fu stabilito un appuntamento e creato un evento su feisbuc per coordinare le operazioni, e fu un grandissimo successo. I giocattoli bastarono per rifornire le ludoteche di ben tre ospedali, e ne avanzarono da regalare ad altri.

Ora, per favore, non venitemi a dire che la carità si fa in silenzio… sì, a volte è anche vero, giusto, occhei.
Ma vuoi mettere un’intera mezza città che si ribella in massa, in modo gioioso ed eclatante, per la bellezza di rivendicare il diritto ad esigere comportamenti civili e rispettosi verso chi soffre? Orgoglio a palate.

Ve ne cuntu un’altra… e pure di questa io e gli amici miei ne abbiamo “curtigghiato” per giorni e giorni.
Emergenza sbarchi di migranti nella nostra città. Minori, centinaia, soli. Un sunnu tutti piciriddi? Ed ecco che parte u curtigghiu, chiddu bonu. “Cosa serve? Dove porto? Quando vado? Ma lo sai che c’è tizia che si occupa di questo e quello?”
O che dire delle raccolte di coperte degli Angeli della Notte per i senzatetto della città? O del rifornimento di latte per la colazione al Centro Astalli? Un sunnu tutti cristiani? E via con tutti i curtigghiari che si organizzano per fare, subito e davvero.

Ecco la città che io amo follemente, quella che spende le sue energie nel curtigghiu benefico, che costa fatica quanto chiddu inutile ma che cambia le cose, e migliora le giornate di qualcuno.

Cristina Armato

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