Il metro umano (una) storia del Blow Up

Un giorno, non ero ancora presidente del circolo, entrai al Blow Up. Trovai Simone (userò un nome fittizio per non urtare la sensibilità di nessuno) steso a terra. Per qualche secondo mi chiesi cosa ci facesse lì sdraiato, poi capii. Dall’alto di un’impalcatura Natale con il pennello in mano gli chiedeva/ordinava di spostarsi. Si stavano dipingendo le pareti (tra l’altro di un colore del quale non ci saremmo mai pentiti abbastanza) e mancava uno strumento di misurazione. Simone stava facendo il metro umano.
Al Blow Up è sempre mancato tutto. Se bisognava fare un cineforum mancava il proiettore, all’inizio di una serata si scopriva che un CDJ era rotto, poco prima di un dibattito scoprivi di aver dimenticato di avvertire quelli della lezione di tango, se organizzavi un concerto a P.zza Sant’Anna, alle 9 di sera il palco non era ancora montato. Per non parlare dei soldi spicci, del ghiaccio, dei bicchieri cristal, dei permessi SIAE, dei soldi per pagare l’affitto e/o la fornitura e/o il gruppo, delle chiavi della saracinesca, e di un’infinità di altre varie ed eventuali.
Insomma avere a che fare con quel posto è stata un’esperienza sfiancante, al limite (a volte oltre il limite) della sopportazione umana. Dei cinque anni trascorsi da Presidente ho un’immagine vaga, ricordi di venerdì cominciati di prima mattina in un ufficio comunale, continuati in SIAE cinque minuti prima della chiusura degli sportelli subito dopo un passaggio veloce in banca, pranzo al cash ‘n carry, caffè (amaro, molto amaro) dal padrone di casa, pomeriggio in campagna elettorale all’università, pre-serata in cerca di ghiaccio e monetine per il resto, serata a combattere con avventori ubriachi, buttafuori giocherelloni, gruppi musicali esigenti, dj ritardatari, nottata passata a spiegare ai carabinieri chiamati dal vicino che sì, stiamo chiudendo, 5 minuti e non di più, in fondo sono solo le 4,30 del mattino, e domani, alle 8,00, si ricomincia.
Che strazio direte voi, ma chi te l’ha fatto fare diranno, e hanno detto altri (a cominciare dai miei genitori). Ma vedete questo è solo un rovescio della medaglia. Io sono pazzo, ma sono un particolare tipo di pazzo, la mia follia appartiene ad una categoria ben precisa, forse la più pericolosa, io sono un pazzo idealista.
Se intorno al 1998/99 fosse esistito Facebook probabilmente avrei coltivato questa mia pazzia inveendo contro tutto e tutti in un delirio onanistico dentro la mia cameretta, ma purtroppo in quegli anni Zuckemberg era ancora il classico nerd sbeffeggiato dai bulletti della Ardsley High School e, cosa più importante, ciò che più si avvicinava ad un PC in casa mia era un AMIGA 500 del Novantadue. In più frequentavo quelli che si possono definire “giri pericolosi” ovvero gente che, come me, inspiegabilmente, si trovava più a suo agio in una scuola occupata che al Paramatta, che preferiva la birra del Maalox alla capiroska della Cuba.
Tutto comincia infatti quasi quindici anni fa quando un gruppo di pazzi fra i 14 e i 20 anni decidono che questa città sta loro stretta. L’associazione universitaria prende le mosse da un paio di agitatori scansafatiche di scienze politiche, quella degli studenti medi da un gruppo di sbandati con forti problemi di dipendenza dell’Einstein, da una falange di monrealesi borderline con a capo un bimbo prodigio 14enne gay ex baciapile, un folto e variegato gruppo di scanazzati proveniente dalle scuole sud ovest della città (Volta e Basile su tutte), e da un paio di Garibaldini, uno cresciuto a pane e Guccini e l’altro promessa mancata del calcio internazionale.
Un gruppo a dir poco eterogeneo insomma ma unito da un’esperienza comune, quelle 2 bombe che nel Novantadue resero meno incantata la nostra estate di bambini e ci proiettarono, ancora imberbi, nel mondo della responsabilità, o di qua o di là, pro o contro un nemico con il quale non si poteva scendere a patti (o almeno così noi credevamo allora, poveri ingenui).
Insomma quando decidiamo di metterci insieme siamo al tramonto di quell’esperienza, insieme esaltante e distruttiva che fu il primo orlandismo per questa città. Al governo nazionale e per una breve parentesi anche in quello regionale stanno “i nostri” che però tanto nostri non sentiamo visto come stanno trattando scuola e università con un ministro che, a dispetto del cognome che porta, non sembra capace di capire quello che a noi è già chiaro allora, che le sue riforme faranno da apripista ad uno smembramento sistematico di ciò che di buono c’è nel sistema formativo italiano lasciando intatti, anzi accrescendo, i più classici centri di potere che lo governano.
La forma partito non ci basta e non ci interessa, noi vogliamo fare il sindacato, il sindacato degli studenti.
Non avevamo ancora cominciato ad inguaiarci fra occupazioni, attacchinaggi, assemblee, manifestazioni che ci viene in mente una seconda, ancora più folle idea. Le organizzazioni nazionali a cui facciamo riferimento hanno una bella pensata. Dar vita in diverse città italiane a centri servizi per gli studenti, un po’ case del popolo, un po’ CAF, un po’ sedi delle associazioni, un po’ internet point. Insomma un Frankenstein che partendo dalla tradizione mutualistica del socialismo otto/novecentesco dia vita alla sinistra postmoderna e tecnologica (2.0 diremmo oggi) del XXI secolo. Una (l’ennesima) follia insomma. Tant’è che ci gettiamo a piè pari nell’impresa.
Considerando che i costi di quella incoscienza continuiamo a pagarli ancora oggi direi che tutto sommato ci è andata bene.
Il caos che regnava nelle nostre associazioni si trasforma in un autentico delirio nella gestione del circolo. Subito si accende la rivalità fra noi, studenti medi, e i nostri compagni più grandi (in realtà allora poco più che ventenni). I primi anni viviamo un rapporto un po’ conflittuale con quel luogo che però e comunque la nostra sede, il luogo di partenza degli attacchinaggi, delle assemblee e in almeno un caso anche il luogo di arrivo di un corteo.
Proprio in occasione di una manifestazione mi rendo conto della magia che mi lega a quel posto e che a quel posto appartiene. Qualcosa di inspiegabile, inquietante e sublime al tempo stesso.
Mancavano quella sera poco più di 24 ore ad un corteo e come al solito eravamo indietro su tutto. A parte il permesso della questura non avevamo niente, nessuno sapeva che quel corteo ci sarebbe stato, solo noi, i funzionari della DIGOS , i compagni dell’esecutivo nazionale a cui chiaramente avevamo promesso una grande manifestazione e gli odiati cugini comunisti che ci aspettavano al varco da bravi competitor.
Quando arrivai al Blow Up quella sera per la riunione di emergenza credevo che ci saremmo limitati a sbranarci l’un l’altro rinfacciandoci quello che ciascuno di noi aveva sbagliato. Messo invece il cavalletto alla mia PK XL di fronte all’insegna verde (quella rossa, più conosciuta, non c’era ancora) trovai Marco impegnato a mescolare la Kerakoll, Filippo nel frattempo stava completando lo striscione di apertura, Valerio distribuiva ai ragazzi il volantino in Arial 12 da lui scritto e che Maria aveva fotocopiato, Masino non urlava (e credetemi, forse il suo compito era il più faticoso di tutti). Quella fu una bellissima notte di attacchinaggio.
Il giorno dopo Fabio, Paride & Ruben, Luigi, Milo, Chiara, Giovanni, Nicola, Lucilla, Gaetano e tanti altri distribuivano quei volantini nelle loro scuole e ancora 24 ore dopo conducevano migliaia di loro compagni dietro il furgone con sound system che Masino (l’unico con la patente allora) era andato a recuperare in extremis all’alba, e sul quale dj Bash passava i soliti, scontati, emozionanti brani che componevano la playlist obbligata di una manifestazione in quell’inizio di secolo.
Quello che capii quel giorno, e che mi fu confermato nei miei anni di presidenza del circolo, è che al Blow Up mancava sempre qualcosa ma che alla fine era sempre possibile fare tutto perché quello che non mancava mai erano le persone, con la loro voglia di fare, di mettersi in gioco, di mettere a disposizione di tutti le proprie abilità o di imparare a fare insieme quello che prima sembrava impossibile.
Per questo alla fine, anche se fino a cinque minuti prima era impensabile, il dibattito si faceva, il cineforum aveva luogo (anche se spesso il film aveva uno strano riflesso verde), qualcuno arrivava a riparare il CDJ, il gruppo suonava in piazza di fronte a migliaia di persone, Milo faceva ripartire a spinta, da solo, in salita il furgone della Borsellino disperso e in panne sulle montagne dell’entroterra siculo (se non ci credete guardate qui), Simone sostituiva un metro mancante.
Ancora oggi mi chiedo se quelle ragazze e quei ragazzi che ai nostri dibattiti, seminari, feste, concerti hanno imparato qualcosa, si sono formati e informati, si sono divertiti, ubriacati, innamorati si siano resi realmente conto di quanto lavoro ci fosse dietro l’organizzazione di quegli eventi. Molti di sicuro sì, perché si sono fermati a fare un pezzo di strada con noi, altri forse no e sono tornati a casa credendo che il Blow Up fosse solo l’ennesima discoteca/sede di partito o d’associazione/pub/circolo Arci, che è poi quello di cui ci hanno accusato, con malizia stavolta, i nostri detrattori, da destra, da sinistra, da sopra e da sotto.
E i critici non sono mai mancati, consiglieri comunali del maggior partito di opposizione che ci accusavano di essere pericolosi estremisti fissati col concetto di legalità, presunti comunisti che ci davano del “rafanello”, sedicenti autonomi che ci accusavano di capitalismo e capitalisti padroni di discoteche per i quali il Blow Up è stato un pericoloso concorrente, covo di comunisti (forse autonomi) e per giunta illegale. L’ amministrazione comunale precedente all’attuale, notoriamente attenta al rispetto delle regole, non ha esitato un attimo a chiuderci per ben due volte e mani criminali ci hanno incendiato la saracinesca e svaligiato.
Ma per fortuna anche gli amici, i militanti, i simpatizzanti, le persone che credevano in noi, non sono mai mancate.
In quasi quindici anni, da quel 2001 tanti se ne sono andati, alcuni in polemica, altri, come me, hanno cambiato città, qualcuno, come me, è andato e poi tornato, e qualcun altro sta per ripartire. Ma finché è rimasto aperto, da quel portone in Piazza Sant’Anna 17, tranne che per brevi periodi imposti dalla nostra amministrazione, non hanno mai smesso di entrare ed uscire persone, e quelle quattro mura non hanno mai smesso di chiedere sudore, sangue e lacrime dando in cambio sogni, amicizia, e l’illusione che davvero insieme si possa cambiare qualcosa.
Quando abbiamo iniziato era molto in voga un motto che diceva che un altro mondo era possibile, noi ci abbiamo creduto fino in fondo e anche se ora quel modo di dire è passato di moda e il Blow Up non esiste più, noi crediamo che almeno un pezzettino di quell’altro mondo possibile l’abbiamo costruito, lì, in Piazza Sant’Anna 17.

Fabrizio Pedone

Foto Marco Basciano

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