A mìa cu mi cciammisca nni sti cientu missi?

Quelli che, come me, hanno superato i sessant’anni ‒ ma forse anche tanti, più giovani di me ‒ ricorderanno certamente con cosa era impastata la cosiddetta educazione familiare. Espressioni proverbiali del tipo “statti quieto e fatti i fatti toi” o “megghiu sulu ca mal’accumpagnatu”, “accura, tu un t’ammiscari mai” hanno alimentato l’infanzia di molti ‒ e non solo l’infanzia. Tanti nonni, “saggi” per antonomasia, con affermazioni austere e sentenziose, sollecitavano sentimenti di diffidenza e creavano paletti difensivi nei confronti di tutto ciò che non riguardava direttamente il contesto familiare: l’orizzonte doveva essere limitato a quella cerchia di affetti, a quella casa, a quei parenti, alla religione praticata secondo un rigido ed immutabile canone. E tutto questo in paradossale contrapposizione a quell’acclarata caratteristica del palermitano pacioso, accogliente e “vasa vasa” a buon mercato (quanto buono sia questo mercato è poi tutto da verificare…)   La dimensione sociale era considerata un vero e proprio tabù, quello che io definisco “il tabù dell’orticello”, di volteriana memoria. Piuttosto che andare alla ricerca del “migliore dei mondi possibili”, la scelta consigliata – o meglio, imposta ‒ era di rimanere a “coltivare il proprio orticello”.  ORTICELLO-STAGNO. L’allegoria della rana dello stagno che si rifiuta di credere che l’oceano sia più grande del suo minuscolo e isolato habitat, ben si addice a chi vuole essere il capo indiscusso del suo “territorio”, dimostrando di non avere bisogno di nessuno e soprattutto disinteressandosi di tutto ciò che non rientra nei confini del proprio “stagno”. Il “bene comune”, l’interesse e la cura per la propria città, per il suo patrimonio artistico e culturale, erano considerate un’astrazione per perditempo  e se qualcuno ne mostrava qualche brandello veniva etichettato come “rivoluzionario” e per di più “comunista” [peraltro allora i comunisti erano pure scomunicati, ossia fuori dalla “comunità cristiana”, loro…!?] L’Associazionismo nascente nell’ Italia degli anni ‘50 era relegato ad una limitata parte della popolazione e rimaneva comunque strettamente collegato o ai partiti politici o alla chiesa cattolica. La crisi della prima Repubblica sollecitò una speranza di rinnovamento e una novità nell’ambito dell’associazionismo che si proponeva come fattore di promozione sociale, esperienza di crescita personale e di partecipazione autonoma alla vita politica nazionale.  MA CIÒ CHE CONTA, OLTRE CIÒ CHE SI FA, È IL “COME” SI FA, OSSIA LO SPIRITO CON CUI SI AGISCE.  La mentalità del “Lei non sa chi sono io”, “e a Lei chi la manda?”, “si levi, non l’ha visto che qui ci sono io?”, espressa con parole non più in dialetto, ma in sonoro italiano, continuano a manifestare, ora come allora, l’arroganza, l’assenza di rispetto delle più comuni norme del buon senso, dell’attenzione alla dignità della persona, qualunque sia il livello d’istruzione o il colore della pelle, per non parlare del rispetto delle “regole” considerate quasi un sopruso. La “sindrome panormita”, secondo la definizione di Pietro Zullino, non caratterizza però solo il cittadino palermitano; attraversa tutta la penisola, anche se a Palermo si manifesta ‒ come tutto  d’altronde ‒ in modo più acceso e colorato. Ma forse non è vero che non cambia mai niente… la mentalità recintata e stagnante ‒ anche se è forse ancora la più diffusa ‒, non è più l’unica, qualcosa sta cambiando in Italia e, credo a ragione, anche a Palermo.  Sì, qualcosa sta cambiando. Ci sono gruppi, comitati, associazioni che cominciano finalmente a creare sinergia, a lavorare per mettere insieme le migliori forze di questa città, perché il possibile diventi recuperabile, perché – lo sappiamo anche se non sempre lo viviamo ‒ se “ciascuno fa qualcosa insieme si può fare tanto ”.  A Palermo questo sta avvenendo attraverso gruppi che s’incontrano, si fondono senza confondersi, per mettere insieme intelligenze, fantasia e progetti, pur mantenendo la loro identità.  Forse siamo nell’ora del passaggio dalla sterile e pantofolaia situazione del ”Cu ‘un fa nenti ‘un sbaglia nenti” all’ Io sono responsabile della mia Palermo… e lo sono insieme a te.

 

Maria Antonietta La Barbera

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