Mango per sogno

“E Palermo… devi vedere com’è bella la città. I palermitani proprio si divertono, giocherelloni, zuzzurelloni, proprio gente simpatica. Ti vogliono bene, ti fanno fe… ah l’unica cosa però, Lillo, dimenticavo: se vai a Palermo non toccare le banane. Lasciale perdere. Perché so’ permalosi, ci tengono, ti sparano, proprio t’ammazzano per una banana”. Così recitava il Dante Ceccarini di Roberto Benigni nel finale memorabile di Johnny Stecchino. E, non fosse che quella conclusione era il frutto (per l’appunto) di un gioco di equivoci surreali, verrebbe da dire che un certo rapporto problematico con la frutta i palermitani continuano ad averlo. Per esempio. Capita che un giorno viene fuori leggendo il giornale che la Sicilia sta diventando il principale esportatore europeo di frutta tropicale. Esatto, tropicale. Bello, penso. Allora mi informo, cerco, leggo e viene fuori che per esempio c’è un produttore di Caronia, nel messinese, che dopo 30 anni in America decide di tornare in Sicilia per coltivare 11 varietà di mango con l’aiuto dell’università di Hilo alle Hawaii. Bellissimo, penso. E c’è pure un ragazzo di trent’anni che forte della sua laurea in archeologia… si mette a piantare papaya a Ficarazzi. Bellissimissimo, penso. 

Allora organizzo un incontro a Sanlorenzo Mercato e dico a tutti: “Vero, i limoni stanno soffrendo, ma intanto almeno sta nascendo una Sicilia tropicale”. Non puoi capire, Lillo, se vai a Palermo, non toccare i limoni! Un polverone di polemiche che manco il dado nella caponata Star: “Tu i limoni non li devi neanche nominare, tu quando parli dei limoni ti devi sciacquare la bocca, tu i limoni non te li meriti. E questi manghi? Schifìu! Se ne devono tornare da dove sono venuti! Aiutiamoli a casa loro! Ma quannu s’hanno vistu mai i manghi in Sicilia?”. Che è più o meno ciò che devono aver pensato i siciliani del X secolo quando videro arrivare delle palle arancioni dall’India per mano degli arabi: “Arance? E chi ssu? Ma quannu s’hanno vistu mai?”. E così pure con i fichi d’India dal Messico, le pesche dalla Cina e, guarda un po’, i limoni dalla Persia.
E insomma alla fine quello è: dietro l’apologia del limone c’è tutto l’orgoglio di un’identità che non deve essere messa in discussione, soprattutto dagli altri. “Che i limoni miei sono i più belli del mondo e non abbiamo bisogno di altro. Che i limoni problemi non ne hanno, non ti preoccupare, fatti i fatti tuoi. Che mia nonna addirittura se lo mangiava a morsi il limone, pure aspro. Come dici? Ah sono limoni argentini? Vabbe sempre limoni sono, sempre meglio del mango di Caronia”.

Gaetano Lombardo

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